Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo“. E’ il primo pensiero nerazzurro di tutti i tempi, in risposta a chi ancora oggi tenta invano di sminuire l’impresa del 2010 con la presenza di alcun italiano. In realtà uno c’era, il capocannoniere dei Mondiali, pochi ma buoni: Marco Materazzi quello della maglia “rivolete anche questa“. Internazionale, di nome e di fatto, perché è così da sempre nella nostra natura. Ci scuserete se ne scegliamo solo 5, parafrasando fra l’altro una rubrica di un noto programma del super tifoso nerazzurro Bonolis: perché nascere interista. Questi, fra gli altri, i cinque motivi principali.

MAI STATI IN B – Il primo vien da se, il modo tramite cui tale record è arrivato per molti sminuisce l’essenza di questo primato, per Noi lo rafforza. L’unica società italiana nella storia a non esser mai scesa in cadetteria, il Milan sì e per due volte: per calcioscommesse e per manifesta inferiorità, da terz’ultima in classifica. Ma soprattutto, nel 2006: la Juventus è condannata a scendere in serie B, in seguito a Calciopoli. L’Inter si vede in parte risarcire anni di soprusi ed ingiustizie, lo scandalo del ’98 e del 2002: da tutti ricordato come il nefasto 5 maggio, dimenticando ciò che vi fu prima, col signor condannato De Santis in primis. Un motivo di orgoglio nel più profondo dei suoi significati: perché in B l’Inter non ci è mai stata per meriti sportivi, ma anche per meriti di Onore. Parola che, in determinate edizioni del vocabolario italiano, non è presente presso gli scaffali di altre società italiane.

TRIPLETE – Vero, qualcuno ha tremato, qualcuno no ed aveva già stampato migliaia di magliette per l’occasione: i mercatini del (non)usato potranno accoglierle, forse. L’Inter è l’unica società italiana della storia ad aver vinto Scudetto, Champions League & Coppa Italia nella stessa stagione: uno dei soli 7 club in Europa capace di una simile impresa. Quand’anche ci riuscirà qualcuno, resteremo per sempre i primi e nessuno potrà levarcelo. Qualcuno ci è andato vicino, vero, ma quanto è grande il solco fra scrivere la storia e leggerla fino al penultimo rigo. Xavi dice che nessuno più si ricorda di quella Inter: lui evidentemente sì, per quanto ne parla. Tutti invece hanno in mente la corsa di Mou verso Julio Cesar nel gelo di Kiev, le braccia aperte di Eto’o allo Stamford Bridge, la zampata di Maicon al Barça e il dito al cielo dello Special fra le lacrime del Camp Nou, provenienti da quegli irrigatori aperti per rovinare una festa che non poteva esser guastata nemmeno dal Padre Eterno in giornata storta. E poi il Bernabeu, Diego Milito e la n.22: che nel gergo dei numeri indica il numero dei pazzi. Come il nostro inno, come la nostra squadra: tutto torna. 

ZANETTI E FACCHETTI – Nessun altro li ha mai avuti e mai li avrà, come li abbiamo avuti noi almeno. Giacinto Facchetti e Javier Zanetti: 40 anni di storia segnati da due capitani, con uno che presentava l’altro, nel giorno in cui il n.4 non era che una comparsa. Ma gli ultimi saranno i primi e quella presentazione non era che la sintesi perfetta della vita di un leggendario capitano. Umile, silenzioso, professionale oltre ogni logica: d’altronde, uno che va a correre anche il giorno in cui sposa, come lo classifichereste? Sul giocatore così come sull’uomo è quasi superfluo soffermarsi, hanno parlato le centinaia di presenze, la fondazione Pupi, il rispetto profondo di avversari, tifosi e giocatori: i record, le lacrime, le maglie baciate e quell’infortunio a 40 anni a renderlo ancor più umano, ma proprio per questo ancor più speciale. Accanto a lui, in quel lontano 1995, c’era Giacinto Facchetti: ricordi lontanissimi per i più giovani del n.3 calciatore, se oggi vedete terzini che superano la metà campo, attaccano, si inseriscono in area e tirano dalla distanza, beh, lo dovete a Giacinto Facchetti. Nessuno come lui prima di lui, tanti come lui dopo di lui: nelle intenzioni almeno. Di un’eleganza unica, di una pacatezza e lindore straordinario: era quasi sprecato in pantaloncini e scarpette. Due così, non potevano che vestire la stessa maglia: quella nerazzurra.

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PEPPINO PRISCO – Queste righe sono per voi tifosi e lui, di tutti noi, è il simbolo per eccellenza. Nessuno ha mai interpretato meglio l’essere interista come l’Avvocato: in 117 anni di storia un uomo come Peppino Prisco non si trova, purtroppo e per fortuna. Il miglior esempio di come le parole e gli sfottò, anche quelli più pesanti ma vestiti di sana ironia e profonda eleganza, il tutto ben camuffato da un disarmante sorriso, possono non offendere alcuno ma scatenare ilarità e, nel peggiore dee casi, una risposta altrettanto pungente. perché se ti confrontavi con lui era impossibile trascendere, anche per il più incallito ed ottuso dei tifosi da bar: era di una levatura talmente alta che ti rendeva un uomo migliore, parlandoci per qualche minuto. Per chi ha troppi pochi anni per sapere di chi stiamo parlando, ve lo raccontiamo così in breve, riportando alcune sue frasi celebri: “Il Milan è andato in serie B la prima volta a pagamento e la seconda gratis, nella vita si migliora sempre“; “Quando stringo la mano a un milanista la lavo, quando la stringo a uno juventino conto le dita“; “Chiedo scusa ai miei genitori ma purtroppo in mezzo alla foto di loro due porto sempre quella di Ronaldo“; “Il rigore negato contro la Juve non è stato un furto. Si è trattato di ricettazione“; “Mi chiedete un pronostico su Ascoli-Milan? Non saprei, non seguo il calcio minore“; “Milano ah due squadre: l’Inter. E la primavera dell’Inter.

PER NON ESSERE NATI DELLA JUVE – L’ultimo, ma in assoluto il primo buon motivo per essere messi al mondo da interisti.

Orazio Rotunno

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