Che l’Inter avesse bisogno di una rivoluzione dopo i disastri delle ultime stagioni, lo si sapeva da tempo. Ma che, nel 2015, ci sarebbe stato un vero e proprio cambiamento culturale tra due filosofie diametralmente opposte, fa della società nerazzurra una delle più grandi sorprese nel panorama calcistico europeo.

La Grande Inter (quella del 2010 forgiata da Josè Mourinho) presentava il famoso scheletro argentino: Walter Samuel, Esteban Cambiasso, Javier Zanetti, Diego Milito. Insomma, una struttura tutta sudamericana, quattro colossi dentro e fuori dal campo a dettare le regole (quelle della buona condotta, si fa per dire) per una pacifica convivenza. Sono loro i veri artefici di una cavalcata storica, quella che ha visto trionfare Massimo Moratti, tifoso prima ancora che presidente, nella notte più importante, al Santiago Bernabeu.

Oggi è cambiato tutto. Nuova società, nuove idee. A partire dal cambiamento generazionale: in una sola stagione, la 2013-2014, sono stati accantonati, quasi fosse il lieto fine di un thriller dal sapore avvincente, tutti gli eroi del Triplete. Un monito, forse, dopo le ultime stagioni non proprio brillanti. Nel cuore di tutti gli interisti sarà sempre vivo il ricordo di quell’Inter-Lazio, la serata delle lacrime e degli addii. Dopo appena un anno di transizione, ecco la nuova Inter: un esperimento, un azzardo che vede conciliare due scuole di pensiero diverse, innanzitutto, rispetto a quella argentina e, in secondo luogo, distanti tra loro. L’incrocio serbo-brasiliano, se così si può definire, racchiude in sé un po’ tutto il pensiero che contraddistingue la tela dipinta da Thohir, un nuovo gruppo eterogeneo tutto da scoprire.

E, allora, non ci si stupirà nell’ammirare come, nella rosa dei 25 stilata da Roberto Mancini, ci siano ben cinque brasiliani (Miranda, Juan Jesus, Dodò, Telles e Melo) e sei serbo-croati-montenegrini (Handanovic, Brozovic, Jovetic, Perisic, Ljajic e, sempre dai Balcani ma, più precisamente, dalla zona albanese, il giovane Manaj). Insomma, due “filosofie” calcistiche diverse tra loro e, come affermato poc’anzi, distanti anche da quella disciplina che ha contraddistinto, negli anni, il taglio classico della scuola-calcio argentina. E’ lo stesso Zanetti, il capitano mai dimenticato, a raccontarcelo nella sua biografia: la Buenos Aires degli anni 70, ancora scottata dal Golpe militare del 1966 e dalla stessa dittatura che, fino a metà degli anni 80, contraddistinguerà la politica Nazionale, presenta una situazione drammatica: o sei ricco o, più probabilmente, stenti alla sopravvivenza. Ed ecco che allora servono disciplina, carattere e, sopratutto, molta umiltà.     .

APPROFONDIMENTI  La miopia del Mancio: non sempre servono le ali per volare

Non molto diversa è la situazione del Brasile, anche se qui, il calcio, viene vissuto in maniera molto diversa. Nelle favelas di Rio de Janeiro impazza un motivetto ormai noto ai più: toda joia, toda beleza non è solo una delle più famosi canzoni di Roy Paci & Aretuska, bensì un vero e proprio modo di vivere. Senza soldi e senza alcuna prospettiva al di fuori del “futebol brasileiro“, i figli di muratori ed operai brasiliani si cimentano in acrobazie tecniche con una lattina di Coca Cola e, alla classica disciplina argentina, lasciano spazio all’estro e alla fantasia tipica di chi, il calcio, lo vive, appunto, come una “joia”.

Nei Balcani, infine, la situazione è ancora più drammatica: guerre, bombe, attentati, povertà. Il panorama è di quelli peggiori: basti pensare al derby tra il Partizan Belgrado e la Stella Rossa, in cui la lista dei feriti e dei morti si presenta quasi come una calamità naturale. Nel calcio serbo-croato non c’è spazio per i deboli di cuore: o sei tosto, ed anche un po’ “cattivo”, o vieni sommerso da critiche pesanti e, nei casi peggiori, da minacce vere e proprie. Il risultato? Calciatori forgiati nel carattere, mai arrendevoli di fronte alle avversità e, per molti versi, senza fronzoli. Dalla classica “spazzata” d’area di rigore al fallo tattico in mezzo al campo, il tipico calciatore balcanico non si fa scrupoli ad occuparsi del lavoro sporco e ad offrire tutto se stesso per perorare la causa della propria maglia.

Tre scuole di vita, oltre che di calcio, molto diverse tra loro ma, in un certo senso, nati dalla stessa matrice: la povertà. Quella stessa povertà che porta (giustificando il gioco di parole) a notare effettivamente quelli che sono i reali tesori di una vita vissuta sulle strade dei bassi fondi cittadini, dove il lusso lascia spazio alla grinta e al cuore. L’Inter, di questo, ne è consapevole: basti pensare al progetto Inter Campus nato, guarda caso, proprio dall’idea geniale di Javier Zanetti e della moglie Paula.

Ora, dopo aver vinto tutto, il tempo degli argentini è finito, lasciando spazio ad altre due culture che, da oggi in avanti, avranno il compito di riportare i colori del cielo e della notte lassù in cima, in mezzo alle stelle. E diventare, così, gli eroi di oggi e del domani.

Andrea Baldeschi 


share on:

Leave a Response

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.