Sono già passati 9 anni da quella mattina. Pochi giorni prima, l’Inter – la Sua Inter – aveva alzato al cielo la Supercoppa Italiana, al termine di una sfida infinita con la Roma. Sarebbe stato solo il primo trofeo di un ciclo leggendario, ma Giacinto Facchetti ha dovuto assistere agli altri trionfi da una posizione privilegiata, lassù, probabilmente al fianco di Peppino Prisco e del presidentissimo Angelo Moratti. Sì, perchè il 4 settembre del 2006 un male bastardo se lo è portato via, lasciando un vuoto ancora oggi tangibile nella famiglia nerazzurra.

Inutile spendere altre parole sullo spessore morale dell’uomo, che nonostante i vani tentativi di infangamento da parte di qualche ex controllore ferroviario con l’hobby dell’associazione a delinquere continua ad essere simbolo di integrità e correttezza. Persona pacata, mai oltre le righe nel campo e fuori, raro esempio di giocatore signore che è anche un signor giocatore. Giacinto per tutti era “Cipe“, nomignolo nato a causa di un errore del Mago Herrera, che il giorno del debutto di Facchetti in nerazzurro lo chiamò per sbaglio Cipelletti.

L’argentino ci mise poco a ricordare il nome corretto, rimanendo estasiato da questo gigante buono alto 188 centimetri, e capace in gioventù di correre i 100 metri piani in 11 secondi. Solo all’apparenza difensore, in realtà primo caso di terzino/attaccante, bomber aggiunto e sostegno costante alla manovra. Reti importanti, come quella che consentì alla non ancora Grande Inter di rimontare il Liverpool nella semifinale di Coppa dei Campioni 1963/64, anticamera del primo successo continentale della Beneamata. Sarebbe potuto diventare anche il primo difensore vincitore del Pallone d’Oro, ma nel 1965 arrivò secondo per una manciata di punti dietro a Eusebio.

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Con 94 caps totali, Facchetti è stato per anni il giocatore con più presenze da capitano della Nazionale maggiore, con la quale vinse l’Europeo del 1968 e sfiorò il titolo Mondiale all’Azteca di Città del Messico, con l’Italia fermata solo dall’ultimo acuto di un certo Pelè.

Trovare un erede di Giacinto, nonostante tutti questi anni, è un’impresa di difficile soluzione, anche se c’è un ragazzo che ne ha percorso lo stesso cammino. Una vita nell’Inter, da terzino prima e da dirigente poi. Sempre da persona posata, mai fuori dalle righe. Guarda caso, è anche l’unico altro campione onorato col ritiro della propria maglia, la numero 4.

E se ancora non avete capito di chi si tratta, sappiate che anche lui è stato un signor giocatore, ma soprattutto un giocatore signore.

Simone Viscardi

@simojack89

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