Bergomi, Panucci, Cordoba: questi sono solo alcuni dei grandi campioni che, nel corso della loro carriera, hanno indossato la maglia numero 2, quella che, in teoria, dovrebbe contraddistinguere il miglior centrale della rosa. A loro va dato il merito di aver aiutato l’Inter a raggiungere obiettivi importanti, combattendo contro un sistema corrotto fin dalle basi e sepolto sotto un velo di profonda umiliazione.

Questo prologo per dar spazio ad una tesi, quella per cui se un tempo si poteva identificare un tipo di giocatore in base al proprio numero, oggi non è più così. I calciatori, dai più giovani ai più “anzianotti”, scelgono il proprio timbro non tanto in base alla posizione occupata in campo, quanto rispetto a fattori prettamente personali, quali date di nascita, età al momento del cambio di maglia e così via. E, se per alcuni numeri ancora vi è una certa dignità d’opera (il famoso numero 10, per esempio, aggrappato come un’ancora al trequartista o il numero nove, il bomber di razza), per altri ogni qual forma di autorità è sparita. Il numero due ne è l’esempio più lampante tanto che, al di là del fatto che oggi nessun interista indossi questa particolare maglia, l’ultimo “fortunato” è stato il divino Jonathan: non un centrale difensivo, insomma, e neppure un gran campione, anzi.

Il dato è quantomeno sintomatico: nonostante gli altri numeri per così dire importanti, dall’1 al 10, abbiano preservato una certa importanza (fatta eccezione per la 4 di Zanetti, ritirata e passata alla storia prima che qualche becero calciatore la potesse indossare), il 2 è stato completamente cancellato dalla storia. E, se si guarda in casa d’altri, il risultato è lo stesso. Le tre Big (al di là dell’Inter) della serie A, per fare un esempio, presentano i seguenti “numeri 2”: Mauricio Isla (Juventus), Antonio Rudiger (Roma) e Mattia de Sciglio (Milan). Ora, fatta forse eccezione per quest ultimo per cui si nutrono ottime speranze nonostante un paio di stagioni in chiaro-scuro, i calciatori sopra citati non rappresentano di certo l’elitè dei club nostrani.

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Il fatto è piuttosto strano e, apparentemente, non sembra che ci sia una ragione chiara per cui il numero due non venga più utilizzato. Un motivo potrebbe celarsi dietro il cambiamento di visione della fase difensiva. Oggi non esiste più il libero, l’ultimo uomo prima che l’avversario si trovi a tu per tu con il portiere. Il calcio odierno è invece oltremodo dinamico, dove il primo dei difensori può diventare facilmente l’uomo di gamba che porta palla fino al limite del centrocampo o, nel caso della Juventus con Bonucci, un vero e proprio regista in retroguardia. Tale spiegazione è supportata dal fatto che i numeri dei calciatori offensivi siano rimasti gli stessi: sarebbe improbabile cercare un centrocampista con il numero nove piuttosto che un trequartista con il numero quattro.

Per i più maliziosi, infine, si potrebbe pensare ad una vera e propria maledizione interpretata al meglio dagli Autogol: il famosissimo “morbo di Puppenats“, la fanta-malattia rara che avrebbe colpito Jonathan rendendolo uno dei peggiori terzini che abbiano mai solcato il prato di San Siro. Che i calciatori siano diventati superstiziosi?

Andrea Baldeschi

 

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