ESTATE DEL 2000 – Si prospetta una stagione di rifondazione per le due milanesi. L’Inter è reduce da due annate deludenti, immersa in un trend negativo che nemmeno l’arrivo in panchina di Marcello Lippi è riuscito a spezzare. I rossoneri, dal canto loro, hanno sì vinto lo scudetto non più tardi di un anno prima, ma si ritrovano nella necessità di svecchiare la propria rosa, salutando qualche senatore e garantendo a Zaccheroni uomini adatti per il suo 3-4-1-2.

Prima di tutto, occorrerebbe trovare – magari a basso costo – un esterno di qualità utile su entrambe le fasce. Uno capace di portare palla, saltare l’uomo e allo stesso tempo difendere. Galliani un’idea ce l’avrebbe, un pensiero pazzo, ma che vale la pena tentare. Alza la cornetta e chiama Massimo Moratti.

“Pronto, Massimo?”

“Ciao Adriano, a cosa devo questa simpaticisssssima telefonata?”

“Guarda volevo proporti un affare… taglio corto, Zanetti è in vendita?

“Uè ma te sè semper a lavurà! Beh, il Lippi mi ha detto che di incedibili a parte Ronie e il Vieri non c’è nessuno. Io l’unico che non vendo è il Recoba, quindi si può fare! Quanto mi dai?”

“Eh, di soldi non ne girano tantissimi, però possiamo mettere su un bello scambio…”

“Puoi darmi il Bierhoff. Avrà qualche annetto ma la butta dentro che è un piacere. Poi con lui e Bobone, aspettando il Ronie che torna dall’infortunio, ogni pallone sopra il metro e mezzo finisce in porta”

“Perfetto! Contatto chi di dovere e la chiudiamo! Ci risentiamo presto, anche perchè potremmo fare una cosa simile con altri ragazzi. Sai, mi piacciono molto Seedorf e quell’altro ragazzino che avete, quello bresciano… Pirlo!”

MAGGIO 2003 –  Sono passati solo tre anni da quella telefonata, ma per Javier sembra quasi un secolo. Dopo un buon avvio al Milan ha avvertito sempre di più un peso sullo stomaco, quasi come se si sentisse al posto sbagliato nel momento sbagliato. Il rendimento in campo ne ha risentito, e più di un tifoso gli ha iniziato a dare del bidone. Gli occhi lucidi al primo Derby giocato – quello dove Bierhoff si è fatto male, dovendo chiudere anticipatamente la carriera – non lo hanno certo aiutato.

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Avverte anche un certo grado di ostilità in seno alla società, specie quando il dottor Galliani e il presidente Berlusconi gli scrutano il ciuffo con evidente rabbia e invidia. A quasi 30 anni ha già maturato una decisione: in estate tornerà in Argentina, a casa, e saluterà per sempre il calcio europeo.

MAGGIO 2010 – Javier ora fa l’allenatore. Dopo qualche anno al Banfield, suo vecchio amore, e all’Estudiantes del suo amico Veron, Zanetti ha ormai appeso le scarpette al chiodo.  Nonostante sia passato un decennio, continua a seguire con interesse le vicende della sua vecchia squadra. Non il Milan, là ci sono più amarezze che dolci ricordi, ma l’Inter. Zanetti sogna, un giorno, di sedersi su quella panchina che al momento è occupata da Mourinho. Moratti le ha provate tutte per vincere, ma lo scudetto – per non parlare della Champions – continuano a sfuggire. Senza un gruppo solido, capitanato da un grande uomo, è difficile arrivare a buoni risultati.

SETTEMBRE 2015 – Javier si sveglia di soprassalto. Dio che incubo, non gli capitava una cosa del genere dai tempi in cui mangiava l’Asado preparato per tutti da Burdisso ad Appiano Gentile. Burdisso, Appiano… la realtà inizia ad assumere contorni più nitidi. Paula è lì di fianco che dorme, ignara di tutto. Zanetti guarda la sveglia, sono le 5 del mattino di domenica 13 settembre. Sull’agenda del telefono campeggia una sola parola: Derby. Javier si alza, ancora un po’ intontito, ed entra nella stanza dei cimeli. Sulla parete, incorniciata, c’è la maglia numero 4 della sua ultima partita. L’incubo fatica ad andarsene del tutto, e lui DEVE sapere la verità.

Accende la luce.

È nerazzurra.

Può tornare a dormire.

Simone Viscardi (@simojack89)

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