E’ durato un trimestre l’effetto che Stefano Pioli ha sortito sull’Inter rilevata da Frank De Boer a novembre. La gara di esordio fu un derby agguantato all’ultimo secondo su calcio d’angolo firmato Perisic: il cerchio si chiude esattamente 5 mesi fa, contro lo stesso avversario, al medesimo minuto e su identica situazione di gioco. Il pallone calciato di poco oltre la linea di porta da Zapata ha posto fine alla carriera di Pioli sulla panchina nerazzurra, semmai davvero qualcuno credeva ad una sua conferma.

Perchè Suning lo ha sempre rispettato, ma visto come un serio traghettatore finchè non si fosse liberato un top manager, Conte o Simeone. Ed ogni altra scelta sarebbe stata tale, che si trattasse dei pur ottimi Spalletti, Sanpaoli o chi per loro. Se l’Inter e la nuova proprietà cinese deve continuare, pesantemente, ad investire lo farà con al comando un tecnico dal livello più alto possibile. Che si tratti del tecnico leccese o dell’argentino poco conta, non c’è differenza: il profilo identificato è il loro, difficilissimi entrambi meno percorribile la strada londinese.

La speranza per Pioli di rimanere è cercare una qualificazione in Europa League oggi distante due punti, sebbene la sesta piazza costringa la squadra ad un doppio fastidiosissimo preliminare sia per l’influenza che ciò avrebbe sui piani estivi di preparazione fisica che delle tournée in programma, dunque economici. Agganciare il quarto posto distante 6 punti può rappresentare l’unica flebile ancora di salvezza, forse. Partirebbe Pioli con la spada di Damocle puntata sulla nuca, con la possibilità di pagare dazio al primo errore in una stagione, la prossima, che non può più essere così fallimentare.

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Due punti nelle ultime quattro partite, atteggiamento remissivo nel secondo tempo nel derby ed incapacità di trovare soluzioni alternative al consueto piano tattico e di uomini: questi i principali capi di imputazione caduti sul tecnico ex Lazio.

Oltre ad una classifica che parla da sola e che oggi vedrebbe la beneamata fuori dall’Europa.

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