Se ti chiamano Paperinik, un motivo ci sarà. Se sei alto meno un metro e ottanta, ma salti puntualmente più alto di qualunque colosso ti trovi ad affrontare,  il dubbio che sotto le tue scarpe ci siano molle – e non tacchetti – è lecito. Che Ivan Zamorano non fosse un giocatore normale, lo si capiva a prima vista. Bastava guardare quella faccia da indio scavata direttamente nelle rocce andine, per capire di avere a che fare con una persona molto speciale.

Uno così lo si potrebbe immaginare seduto a raccontare le storie degli antenati davanti al fuoco nella prateria, o a cavallo, lanciato all’inseguimento di qualche bisonte. Sembrava uscito da un’altra epoca, ma l’unico bisonte che cercava era sferico, e a dare le incornate, era lui. Bastava un cross fatto bene – e se ti capita di giocare con gente come Roberto Baggio o Recoba, è un evento tutt’altro che raro – per vederlo salire in cielo, rimanerci un tempo infinito, e scaraventare in rete tutto l’orgoglio cileno che scorre nelle sue vene. Quasi 150 presenze e una quarantina di reti in nerazzurro, forse non tantissime, ma tutte festeggiate baciando la maglia, con gli occhi rivolti alla Nord.

All’Inter del resto è arrivato tardi, alla soglia dei 30 anni, dopo aver sommerso di reti i portieri spagnoli con la maglia Blanca del Madrid. Ha avuto poco tempo per lasciare il suo marchio indelebile, ma c’è riuscito. Il 6 maggio 1998, a Parigi, è lui ad aprire le marcature per il terzo trionfo in Coppa Uefa. Il – futuro – Capitan Zanetti e Ronaldo fecero il resto, in una notte da vero e proprio passaggio di consegne, e di numero. Perchè il “suo” finì sulle spalle del Fenomeno, mentre Ivan, utilizzando semplicemente solo due pezzi di nastro adesivo, decise di diventare un giocatore indimenticabile nella Storia dell’Inter.

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Ivan Zamorano, un vero numero nove. Anzi, un 1+8.

Simone Viscardi

@simojack89

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